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Dopo l’affermazione ottenuta con «Manon Lescaut»
nel 1893, Giacomo Puccini prende in
considerazione come soggetto per la sua opera
successiva le «Scènes de la vie de bohème» di
Henri Murger,
un
romanzo d’appendice pubblicato a puntate, più di
quarant’anni prima, nella rivista parigina «Le corsaire Satan» (1845-1849), e trasformato, poi,
dallo stesso Murger e da Théodore Barrière,
in una pièce in cinque atti,
rappresentata con successo nel 1849. La stesura
del libretto viene affidata dall’editore
Giulio Ricordi ai letterati Luigi Illica
e Giuseppe Giacosa, un binomio artistico
destinato ad affiancare il compositore lucchese
per più di un decennio, fino a «Tosca» (1900) e
«Madama Butterfly» (1904). La scelta fa
immediatamente nascere una controversia con
Ruggero Leoncavallo, che sostiene di essere
stato il primo a voler trattare l’argomento. La
polemica, che vede coinvolte anche le rispettive
case editrici («Sonzogno» e «Ricordi»), finisce
sui giornali, su «Il Secolo» e sul «Corriere
della Sera». Giacomo Puccini procede per la sua
strada, anche se con lentezza: il libretto sarà
pronto solo due anni dopo. Il debutto ha luogo
al teatro Regio di Torino, sotto la direzione
del
ventinovenne Arturo Toscanini, nella
serata del 1° febbraio 1896. «La boheme» viene
accolta con perplessità dalla critica, ma
incontra nelle riprese, già a partire dalla
rappresentazione palermitana dell’8 aprile 1896,
un sempre crescente successo di pubblico, tanto
da divenire una delle opere più popolari di
tutti i tempi.
Il libretto, un affresco in cui si alternano
momenti di vivacità, di intimità, di rimpianto
per il tempo trascorso, di tristezza dolorosa,
prevede sei personaggi principali: un quartetto
di giovani amici (il poeta Rodolfo, il pittore
Marcello, il musicista Schaunard e il filosofo
Colline) e due fanciulle (la ricamatrice Mimì e
Musetta), tutti carichi di simpatia e di
entusiasmo quanto poveri di quattrini. Il dramma
si conclude con la morte per tisi di Mimì tra le
braccia dell’amato Rodolfo, dopo una separazione
ricomposta in extremis; ma più che di una
trama vera e propria si può parlare di un
susseguirsi di situazioni liriche accomunate da
un tema unitario, la celebrazione della
giovinezza.
Il libretto, ambientato a Parigi, è organizzato
non in atti e scene, ma in quattro quadri,
all’interno dei quali non vi è la consueta
divaricazione tra recitativo e versi lirici, ma
«una versificazione mobilissima e
flessibilmente asimmetrica, in grado –si legge
in un recente commento- di stimolare una
sintassi musicale non periodica». «Nella
partitura -prosegue la nota- non mancano
accensioni liriche memorabili («Che gelida
manina»)
o pezzi riconducibili a forme chiuse («Vecchia
zimarra»), ma i suoi pregi più evidenti sono
la creazione di un continuum sonoro
modellato sulle specifiche esigenze drammatiche
del soggetto e l’invenzione di un tessuto
musicale fittissimo e cangiante ove l’uso delle
reminiscenze collega instancabilmente presente e
passato, felicità e dolore».
L’allestimento
del Teatro dell’Opera di Milano riproduce,
con pannelli costruiti in fibra di vetro e
resina, gli interni dei tre luoghi nei quali
si svolge l’azione: San’Andrea della Valle,
Palazzo Farnese e le prigioni di Castel
Sant’Angelo.
«La scenografia –racconta Mario
Riccardo Migliara- si serve essenzialmente di
tre elementi: da una parte un crocefisso e un
altare che, muovendosi sulla scena,
rimangono sempre presenti ma custodiscono di
volta in volta significati diversi; dall’altra
mani e corpi contorti che escono dallo sfondo e
ci danno una rappresentazione diretta
dell’universo emotivo dei personaggi. Tutto
sembra fare da contorno a un tragico rapporto
tra umano e un divino che si nasconde o non c’è.
Il tavolo e il crocifisso vogliono raccontare
l’alternarsi, sulla scena, del potere temporale
e di quello divino, con presenze differenti ma
con la medesima metafora».
In questa rilettura del capolavoro pucciniano,
il regista Mario Riccardo Migliara intende,
dunque, evidenziare soprattutto l’«assenza di
Dio» nel mondo di «Tosca». Un mondo dove,
nell’arco di poco più di un’ora e mezza, si
succedono un’evasione, una scena di tortura, un
tentativo di violenza sessuale con l’uccisione
del mancato stupratore, una fucilazione e un
suicidio.
Per
saperne di più:
La scheda di regia
Ingresso: intero € 32,00, ridotto € 25,00,
abbonamento
«Tutti
all'Opera»
(quattro spettacoli) € 80,00, abbonamento
«L'Opera, che
festa»
(tre spettacoli) € 60,00
Informazioni:
tel. 0331.679000
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